Piano Casa 2026: un piano nazionale, ma la crisi della casa non è uguale ovunque
di Settimo Claudio De Pasquale – APPC Catania
Nelle grandi città e nei poli universitari il problema
è la scarsità: mancano alloggi a canone sostenibile, la domanda supera
l'offerta e i prezzi salgono. Ma in una parte consistente del Paese — piccoli
centri, aree interne, molti comuni del Mezzogiorno — il problema è opposto:
case ce ne sono, spesso in eccesso, ma sono vuote, vecchie, fuori mercato,
concentrate in centri storici che si stanno progressivamente spopolando. Il
Piano Casa fissa parametri e incentivi validi in modo uniforme su tutto il territorio
nazionale — la stessa aliquota di bonus volumetrico, la stessa quota di alloggi
da destinare a canone calmierato, gli stessi strumenti — senza distinguere se
un Comune abbia bisogno di nuova offerta o, al contrario, di rimettere in
circolo ciò che già esiste. Una normativa che voglia davvero funzionare su
scala nazionale dovrebbe partire da qui: mappare la condizione reale dei
mercati abitativi locali e calibrare gli strumenti — risorse, incentivi,
semplificazioni — sul tipo di squilibrio che quel territorio vive, non su un
unico modello pensato per tutti.
È proprio nelle aree a surplus abitativo che la scelta
compiuta dal Piano Casa ci sembra meno efficiente. Il provvedimento destina
risorse importanti alla realizzazione di nuova edilizia economica e popolare e
di edilizia integrata, con costi di costruzione che restano comunque elevati
anche dove esistono già interi isolati sfitti o sottoutilizzati. In quei
contesti — pensiamo ai centri storici che si stanno desertificando in molte
regioni italiane, non solo in Sicilia — avrebbe avuto più senso destinare le
stesse risorse a contributi diretti per la ristrutturazione del patrimonio
privato già disponibile: si otterrebbe lo stesso risultato in termini di
alloggi resi abitabili, a un costo inferiore, con l'effetto aggiuntivo di un
vero recupero urbanistico dei centri storici, oggi spesso degradati proprio per
mancanza di risorse per ristrutturare. Per rendere concreta questa strada
servirebbero norme edilizie specifiche di semplificazione straordinaria
dedicate proprio a questi interventi di recupero, capaci di ridurre tempi e
oneri procedurali e permettere di agire con la tempestività che la
desertificazione dei centri storici richiede.
Qui però va fatta una distinzione che il caso di
Milano ha reso evidente a tutti: semplificare non può voler dire eliminare i
controlli. Un'inchiesta sull'uso della SCIA per interventi urbanistici di
grande impatto ha portato alla luce, nel capoluogo lombardo, oneri mancanti per
circa 130 milioni di euro e ha costretto il Comune ad aprire trattative con i
costruttori per recuperare quanto non versato. È la controprova che affidare a
una semplice segnalazione certificata anche gli interventi di dimensione rilevante
espone al rischio di abusi difficili da correggere una volta realizzati. La
proposta che avanziamo è quindi duplice: la SCIA resti lo strumento naturale
per gli interventi di recupero di piccola e media entità, dove il rischio è
contenuto e la velocità è un valore; per gli ampliamenti volumetrici e le
trasformazioni urbanistiche rilevanti, invece, serve un titolo abilitativo
specifico, con verifica sostanziale del progetto, e un meccanismo di
silenzio-assenso che produca effetti solo decorsi i termini per i controlli,
non prima — così che la responsabilità dell'autorizzazione resti in capo al
Comune che la rilascia, e non si scarichi, a danno avvenuto, sulla
collettività.
C'è poi un secondo fronte che il Piano Casa lascia
sostanzialmente invariato, ed è quello della tutela della proprietà nei
contratti di locazione. Oggi, quando un inquilino smette di pagare per cause
che non dipendono dalla sua volontà — perdita del lavoro, malattia, un lutto in
famiglia — è il proprietario a sostenere per primo il costo sociale della
situazione: mesi senza canone, tempi lunghi per accedere al Fondo per la
morosità incolpevole, che pure può coprire fino a 12.000 euro, e una gestione
frammentata tra Regioni e Comuni che rende l'esito incerto. Per il 2027,
oltretutto, lo stanziamento previsto scende da 20 a 2 milioni di euro, proprio
mentre il Piano Casa entra nella sua fase attuativa. Riteniamo che questo
schema vada rovesciato: in caso di morosità incolpevole non dovrebbe essere il
proprietario privato a svolgere, di fatto, un ruolo sociale che spetta allo
Stato, ma la parte pubblica a intervenire con tempestività, coprendo il canone
dal momento in cui la morosità viene accertata e senza le lungaggini attuali,
lasciando all'amministrazione — non al singolo locatore — il compito di gestire
la componente sociale del problema.
Infine, lo stesso principio di semplificazione che
chiediamo per l'edilizia dovrebbe valere per l'accesso ai contributi da parte
degli inquilini in difficoltà. Oggi la gestione è demandata ai singoli Comuni,
con bandi, moduli e scadenze diversi da territorio a territorio, scarsa
informazione e ritardi che finiscono per danneggiare sia le famiglie che ne
avrebbero diritto sia i proprietari in attesa di essere risarciti. Un metodo
unico e semplificato a livello nazionale, con criteri chiari e tempi certi di erogazione,
ridurrebbe il carico amministrativo sui Comuni più piccoli e darebbe finalmente
un orizzonte prevedibile a chi affitta e a chi è in affitto.
Il Piano Casa può essere un buon punto di partenza, ma
per funzionare davvero su tutto il territorio nazionale deve tenere conto che i
problemi della casa in Italia non sono uno solo: servono strumenti
differenziati, un uso della semplificazione che non rinunci ai controlli, e una
tutela della proprietà che non lasci ancora una volta ai singoli proprietari il
compito di supplire alle carenze del sistema pubblico.

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